HANNO FATTO IL LATINA. ORA FATE I LITTORIANI!

di Salvatore Condemi per http://www.latinasport.info

Il Latina da qui a pochi giorni dovrebbe essere una solida realtà. Un po’ tutti l’auspicano: dagli addetti ai lavori agli organi di stampa, dai tifosi ai semplici sostenitori per finire alla società stessa che proprio oggi dovrebbe dare una risposta probante ai tanti interrogativi della piazza. Un passo avanti è stato fatto, per carità. Un passo addirittura da gigante considerando che fino a ventiquattr’ore fa tutto era nebuloso e fuori controllo. Da esaltare sono tutti quegli sforzi di pochi elementi che hanno avuto a cuore le sorti – non solo della squadra della città – ma della città stessa che, troppo spesso – per un fatto di costume comprovato da ormai un centinaio d’anni – si identifica con chi tira dei calci ad un pallone con addosso quella maglia che la rappresenta. Latina non ha fatto eccezione, anzi, in alcuni casi la possibilità fattiva di poter rimanere senza calcio in città, stava trasformandosi in una sorta di isteria collettiva. Esagerazione? No. Sociologicamente il fenomeno è perfettamente normale, fa parte di quella teoria ”glocal” di cui Bauman ha fatto dottrina.

In questo momento sono fuori città perché intento a dedicarmi ad un ennesimo progetto giornalistico che mi porterà, verosimilmente, lontano da Latina e dal Latina. Mi è stato raccontato che ieri sera, per strada, si vedevano finalmente delle facce serene e distese, insomma non più tese e rabbuiate come nei giorni scorsi. Le probabilità sono due: o i latinensi sono ritornati a fare l’amore molto più spesso oppure sarà stata la notizia della costituzione del nuovo sodalizio a renderli più sorridenti e tranquilli. Quindi il calcio da queste parti e in qualsiasi altro luogo di questo pazzo pazzo mondo tira. Eccome se tira: è il fenomeno che attira ed appassiona più di ogni altro sia a livello globale che a quello locale. Da qui il termine ”glocal” usato dal Dottor Bauman.

Stamattina mi trovo a Taranto. Allo Jacovone, gioiellino architettonico che ospita le partite interne della compagine jonica vanno mediamente dai 7 agli 11 mila spettatori di fede rossoblu. E’ una piazza calda, caldissima, oseri definirla addirittura bollente e vulcanica. Il Taranto dopo un purgatorio durato parecchi anni tra i Dilettanti della serie D, giusto l’anno scorso di questi tempi era stato ripescato in Lega Pro. Ma vuoi per scelte tecniche poco oculate, vuoi perchè si sarebbe voluto troppo da una società dilettantistica in un campionato professionistico, vuoi perché l’organico non era dei migliori, ha chiuso il torneo all’ultimo posto ritornando mestamente ed ignominiosamente in serie D. Nella giornata di ieri la gente che frequenta lo stadio – amici che conosco da una vita anche perché fa il mio stesso mestiere – avevano visi tirati e stanchi. Questa mattina i loro volti sembravano fossero stati presi a schiaffoni chissà per quante ore. Cos’era successo? E’ successo che i soci di maggioranza Bongiovanni e Zelatore hanno messo in vendita il glorioso Taranto al prezzo simbolico di un solo euro: una mazzata mica da ridere, una botta tra capo e collo da abbattere un toro.  Può anche darsi che il Taranto non possa neppure disputare il torneo di serie D. Inaudito. 

Personalmente so cosa significhi avere facce tristi e tumefatte. D’altronde lo so benissimo perché nel 2014 ho vissuto la stessa situazione di Latina, Taranto, Como, Mantova, Maceratese (e tutte le altre sono scomparse dal calcio profesionistico) con la ”mia” Reggina caduta in disgrazia dopo anni e anni di serie B e serie A, altro che C e D… Venticinque, ventisei, ventisette mila cuori ansanti al Granillo non sono di meno all’intero Juventus Stadium, al San Paolo di Napoli, al Meazza dell’Inter o all’Olimpico di Roma. Io lo so, ci sono nato, ho gioito, ho esultato, mi sono abbattuto ed ho pianto in quello stadio. Ma sono sempre qui, a parlar imperterrito di Reggina con le pupille che m’ s’illuminano. E lo sono stato anche quando la ”beneamata” ha partecipato alla serie D. Lì, a soffrire in silenzio, esattamente nello stesso posto che fu di mio padre, accesissimo sostenitore della squadra amaranto dal 1946 e fino a quando spirò sussurrando ”’ndi virimu o campu” (continueremo a vederci allo stadio…) . Ed in silenzio continerò a seguirla fino a quando anch’io non dirò ai miei figli ed ai miei nipoti ”ndi virimu o campu”.

Cosa voglio dire? Latinensi o Littoriani (come dir si voglia anche se il secondo appellativo non piacerà al Sindaco Coletta), ritornate allo Stadio, riempite il Francioni, fate caterve di abbonamenti, state vicini ai giocatori, ai tecnici, ai responsabili. Esaltateli se è giusto esaltarli e rimbrottateli quando c’è da manifestare dissenso ma state vicini ai ”nostri” colori, supportateli e fate sentire il fiato sul loro collo. Dovranno comprendere che ci siamo e che quello vissuto nell’ultimo anno altro non è che un incidente di percorso, un semplice ostacolo che tutto l’ambiente ha saputo ”saltare” brillantemente.

Orgoglioso di essere un littoriano esattamente come voi. Già, ”come voi e come noi”. Qualche giorno fa sono stato a Reggio Calabria sempre per il progetto di cui sopra. Chiunque m’incontrasse – amici, semplici conoscenti e tifosi che mi conoscono – mi chiedevano la stessa cosa (”Che fine farà il Latina?”) e poi come un unico e accorato coro (”Noi non ci dimenticheremo che nell’estate 2014 avete raccolto tanti soldi per la Reggina. Siamo e saremo al vostro fianco!”).

Un consiglio da Reggino, fraternamente legato al popolo di Latina: Latinensi, ora che il Latina è stato fatto, fate i Littoriani!!!

 

 

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