Ho scritto io la lettera a Totti.

O meglio ho fatto parte dello staff che si è preoccupato di scriverla, impresa non facile ma ardua e complessa, è stato necessario un lavoro di èquipe.

Siamo stati rinchiusi tre settimane in un luogo segreto, oltre a me c’era un antropologo, un sociologo, una psichiatra, un esperto di comunicazione e altre figure come consulenti, grafici, creativi e giornalisti.

Bisognava scrivere qualcosa che entrasse nella testa delle persone, nei loro cuori e che le emozionasse.

Il risultato è stato raggiunto: a tutti è venuta voglia di essere romani o quanto meno sentirsi in colpa di non esserlo. Questo in redazione me lo rinfacciavano di continuo essendo io straniero ma l’importante era scrivere un testo con un linguaggio chiaro, semplice, scontato, che parlasse dei valori della famiglia, tutto doveva apparire bello.

“Ma noi siamo così? Stiamo messi così bene? Abbiamo tutti una bella moglie, tanti bambini (tutti biondi occhi azzurri), milioni e considerazione? In redazione ho provato a dirlo: ma a noi della famiglia, dei buoni sentimenti cosa ce ne frega?

A momenti mi cacciano e minacciano di non darmi enanche i 5 euri all’ora promessi per lavorare.

“A noi delle bandiere- mi hanno detto ancora- ci importa fino ad un certo punto, cioè meglio, così il prodotto accontenta tutti. Ricorda, se le squadre falliscono, gli stadi sono vuoti, le curve sono monitorate e controllate l’importante è che la gente sempre da noi debba tornare, alla televisione.

Quindi non fare lo stronzo – mi ha detto lo psicologo- scrivi la lettera, immedesimati nella parte e prepara un bel testo; periodi semplici e innocenti, non scrive un miliardario, ma uno con le pezze di dietro, uno come tanti che sta lasciando il gruppo del calcetto. Dai che se fai bene ti diamo un vaucher”.

Angelo Dolce

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