Sì alla violenza negli stadi.

“Amor che move il sole e le altre stelle”, negli stadi, in curva può accadere di leggere anche questo mezzo alla bolgia infernale. In curva c’è il mondo, c’è l’amore e la violenza, il bene e il male.

Esiste l’amore alto e quello volgare e basso, così è per la violenza che i greci chiamavano Bia ed è sorella di Cratos ( potenza) e Nike, Vittoria, quella che si inneggia ad ogni partita: “Noi vogliamo questa Vittoria”.

Il vero dramma della violenza sta nella sua la volgarità, quella è davvero delittuosa e, veramente delittuose e volgari sono le trasmissioni sportive con i conduttori sobillanti in cravatta e le donne conciate come prostitute.

La loro violenza è interessata e ambigua, quella dei tifosi è disinteressata e schietta, vera, pulsionale. Se non ci fossero l’ardore, la potenza e la violenza non ci andrei allo stadio. Che messaggio violento quello di dover portare le famiglie allo stadio, che senso ha? A imparare cosa? Allo stadio i ragazzi dovrebbe andarci senza il consenso dei genitori, quello sì che sarebbe violento perché impedirebbe il loro percorso di emancipazione e conoscenza. Allo stadio si diventa intenditore di caratteri, si conoscono persone diverse e difficili, come è difficile e complessa la vita.

Quale violenza costringere le persone ad essere schedate, imbavagliate e incasellate nei seggiolini come tessere di un mosaico monocolore. Quale violenza impedire il rito collettivo di sangue di cui la gente ha legittimamente bisogno. In Dante i violenti contro gli altri sono immersi nel sangue, mentre nello stesso cerchio gli sporchi affaristi e usurai sono fermi che scuotono da sé la pioggia di fuoco, quella dei fumogeni che dovrebbero avvolgere tutti i settori e precipitare da ogni parte in uno stadio, così come i tamburi dovrebbero battere incessanti e le trombe squillare. Dante non ci è andato veramente all’inferno, ha osservato e vissuto noi semplici mortali, massa di schiere, folle e turbe, ha descritto noi come poveri diavoli festanti in una curva infuocata.

Sarà un caso ma al pari delle coreografie più belle e spettacolari che ci siano, ricche di colori e fantasia delle vigorose nazioni dell’Est Europa, avvengono gli scontri del più alto livello di civiltà urbana; chi è in terra non è colpito e i gruppi si autogestiscono come una vera comunità senza né guardie né giornalisti. Sembrano rievocare “La guerre dei pugni” che si teneva in Venezia nel’500 per la conquista di un ponte tra le varie fazioni della città, ma forse a noi oggi non interessa più partecipare, piuttosto preferiamo autoschedarci in un selfie da cartolina.

Angelo Dolce

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