DI CHI È IL CALCIO?

L’esposizione mediatica e giornalistica è tale che pure coloro che si vantano di esserne estranei in verità si adeguano al linguaggio calcistico che è quasi imposto. Pensa e si esprime in termini calcistici anche chi parla d’altro. Così parlano i politici, gli attori e chi, per convincerci della bontà di un prodotto,  parla calcisticamente anche di una pentola.

Milioni di persone conversano calcisticamente e, se si vuole legare con qualcuno si parla di calcio.

La domanda è: cos’è il calcio? Dov’è? Al di là della retorica nazionale per cui saremmo un paese di esperti commissari tecnici o giocatori mancati, dove sarebbe tutta questa gente, milioni di persone, che parteciperebbe al calcio?

La risposta purtroppo è triste ma è la verità: pochissimi.

Quello che significa partecipare, fare parte di un gruppo, stringere amicizie ed emozionarsi allo stadio sono valori di pochi romantici che, nonostante leggi repressive micidiali, continuano a crederci, dipinti talvolta a tinte fosche e spregevoli oppure come eroi positivi.

L’ultimo luogo di aggregazione, l’ultima piazza sociale è osteggiata e sostituita dai forum e dalle moviole infinite ed estenuanti.

Il calcio è della gente che si sa sostituire  al vuoto e far fronte a quei bisogni primari dell’uomo che sono aggregarsi e stare insieme.

Le squadre di calcio sono un patrimonio della società perché ne portano i colori e i simboli storici di cui l’Italia è orgogliosamente piena. Rappresentano l’ultimo brandello di cultura popolare, di musica, di retaggi e tradizioni scomparse. Se ne potrebbe scrivere un’enciclopedia ma quale esempio più eclatante se non il leone alato che rappresenta Latina, la sua squadra e parte della sua tifoseria?

Considerato il valore sociale e culturale, il ruolo di aggregazione, la domanda è questa: può “fallire” una squadra?

Di chi è una squadra, una città una comunità, insomma di chi è il calcio?

Finora le azioni di partecipazione popolare sono state sporadiche e ammantate di un’autoironia (omen nomen)che hanno visto svanire il loro intento ancor prima del fischio dell’arbitro.

Il grande sogno sarebbe vedere Latina, come altre squadre, patrimonio della gente e della comunità, un vero bene comune. Allora sia questa situazione critica e paradossale lo spunto per proporre e discutere il sogno, l’ambizione, la grande voglia di riscatto del nostro giovane popolo che fanciullescamente si domandi:

DI CHI È IL CALCIO?

Angelo Dolce

Annunci